UNA LUNGA STORIA - CAPITOLO 3
Come ho già detto, da piccolo ho abitato, fino a 5 anni, in una villetta ai Parioli con un bel giardino, a casa di nonno, con i miei genitori. Ero tutto elegantino, con i pantaloncini corti sino al ginocchio, all’inglese, un ricciolino biondo, con dei modi gentili ed educati imparati in famiglia, molto timido e ancor più ingenuo e credulone, ero coccolato da tutti, senza essere
attraversato dal minimo problema.
Nel 1950, mio padre, non so bene il perché, probabilmente per qualche atto di orgoglio, ebbe una “grande” idea e decise di andarsene da casa di nonno, affittando un mini appartamento nella periferia più periferia di Roma,sulla via Nomentana oltre Montesacro.
Anche per lui e mamma, considerando come erano abituati, deve essere stato quasi un trauma, ma non so quanto si siano resi conto di quello che fu per me, che a 5 anni, all’improvviso, ho scoperto un mondo completamente diverso.
Di colpo mi ritrovai in un ambiente sconosciuto, che mi apparve, da subito, come pericoloso, soprattutto per i ragazzi del posto, coetanei e anche più grandi, perché, ripensandoci con gli occhi di adesso, gli adulti erano magari un po’ ignoranti e rozzi, ma brave persone.
Per quello che riguarda i ragazzi, erano eufemisticamente, un po’ vivaci, gli scontri fisici erano all’ordine del giorno, le guerre tra bande di bambini si riducevano a sassaiole che, all’epoca, non mi rendevo conto sino a che punto potessero essere pericolose, ma prudentemente, ne stavo, lo stesso, alla larga.
Con le belle giornate, l’abitudine più normale era farsi il bagno, in mutande e canottiera nella marana, che era un ruscello con l‘acqua più marrone del Tevere di adesso e che passava alle spalle dell’agglomerato di casette dove abitavamo.
Tutto questo per un po’ fu uno shock per me, che trascorrevo le giornate in casa giocando da solo, anche perché all’epoca ero spesso malato.
Ricordo che tutte le malattie dei bambini, quelle infettive, nessuna esclusa, me le presi in quel periodo.
Passavo il tempo giocando a cow boy e indiani ed ero diventato un virtuoso nel maneggiare le pistole facendole roteare dentro e fuori le fondine mentre cavalcavo un bracciolo di una grande poltrona.
Trascorsero alcuni anni nei quali cominciai ad ambientarmi e anche ad affezionarmi non tanto ai miei coetanei, quanto ai grandi e a qualche loro figlia più grande di me perché, già da allora, pur non rendendomene conto, l’attrazione verso le femmine era molto presente specie per quelle che avevano la tendenza a coccolarmi.
A proposito di ragazze, ma non in quel senso, ricordo che in un buco di casa come quello, babbo ogni tanto era costretto a ospitare delle nipoti (figlie di Nuccio), che attraversavano un momento di difficoltà, in particolare Donatella e Gloriana.
Entrambe erano di una bellezza da togliere il fiato, una biondissima e una mora e nella zona creavano un certo scalpore, in particolare Donatella che era più grande e che in seguito ebbe un certo successo nel campo dello spettacolo iniziando con un paio di film da protagonista con Antonioni e finendo per diventare una delle agenti cinematografiche più importanti d’Italia. L’agenzia ancora esiste ed è stata ereditata e portata avanti dai figli.
Le due ragazze quando vivevano con noi (una per volta perché non c’era posto) dormivano in una specie di sgabuzzino di passaggio e in particolare d’estate, erano spesso scoperte il che, anche per un bambino della mia età, faceva un certo effetto.
Ricordo che babbo spessissimo passava e le copriva con il lenzuolo, malgrado, anche lui, fosse un uomo ancora molto giovane.
Nella nostra famiglia, malgrado i maschi fossero tutti donnaioli, le donne di casa non venivano mai prese in considerazione dal punto di vista sessuale e in tanti anni posso dire con certezza che non si è mai verificato un caso di rapporti intimi con donne di famiglia.
Anche io, in tutta la vita, pur avendo avuto diverse cugine piuttosto belle, non le ho mai viste in quel senso e credo che non sia merito mio, ma dell’esempio e dell’educazione ricevuta.
Anche le mogli o le compagne degli amici hanno avuto, negli anni, lo stesso trattamento e questo già è un comportamento molto meno comune, per il quale non faccio nessuno sforzo, mi viene spontaneo e non potrei comportarmi altrimenti.
In quel periodo, non dipesa dalle nipoti di Babbo, ci fu la prima seria crisi di gelosia da parte di mamma,che malgrado fosse incinta e avesse forse altro da pensare, era gelosissima di una delle figlie sposate della padrona di casa. Ebbe una crisi tremenda con scenate notevoli, poi per un po’ si calmò, anche se la tensione restò latente con ritorni di fiamma periodici.
In quell’anno, l’avvenimento più importante che ricordo, fu la nascita di mio fratello Daniele, la notte di ferragosto del 1954 nella quale eravamo tutti noi, con i vicini, a cena sulla terrazza della palazzina e i miei dovettero chiamare di corsa un’ambulanza per correre in Clinica, perché mamma doveva partorire, come infatti avvenne la mattina del 16.
Malgrado avessi nove anni, non mi resi conto di quello che stesse succedendo, lo presi solo come una grande rottura di scatole che rovinava una festa organizzata ed aspettata da tempo.
Dopo il parto e un certo periodo di riposo e assestamento di mamma, non so se per via della gelosia o per andare a stare meglio, cambiammo casa, andando ad abitare nel 1955, in una dependance di una villa di proprietà di un amico medico di babbo, un certo Dott. Santopadre.
Così ci trasferimmo nel quartiere Montesacro,Via Montecristo, Villino Santopadre………amen.
Lì rimanemmo per circa un anno, perché l’appartamento serviva al proprietario, ma fu molto divertente in quanto la proprietà era circondata da un enorme giardino e nello stesso caseggiato abitavano due bambine mie coetanee con le quali giocavamo a nasconderci e ogni tanto, soprattutto con una, anche al dottore, avendo trovato un nascondiglio sicuro, una specie di cantina la cui entrata era in mezzo al verde posta sul retro della villa.
Facemmo anche la prima comunione insieme e ricordo com’ero compenetrato nella parte quel giorno, tutto vestito da ometto, meglio ancora da nano. Completo grigio, cravatta d’argento, camicia bianca candida e le ragazze da spose con tutti i veli. Ho ancora delle foto, che riviste ora sembrano legate a un periodo ancora precedente a quello vero, fanno un po’ di tenerezza ma anche un po’ ridere. Era l’8 maggio del 1955. Avevo dieci anni.
Se ripenso a quanto andai convinto a fare la prima comunione e la cresima e a come partecipai con concentrazione alla preparazione e alle lezioni di catechismo, non mi dispiace di avere avuto quelle basi, che sicuramente mi hanno fatto bene e mi permettono adesso di affrontare la religione avendo i mezzi per giudicare meglio e anche criticare, se lo ritengo giusto.
La casa successiva, nella quale restammo per un altro anno, era vicina e anche gradevole, malgrado fosse un appartamento in un condominio, ma il motivo fondamentale per il quale ne ho un ricordo positivo è che ci fu un avvenimento eccezionale per Roma e anche per me..
Quello fu l’anno della famosa nevicata del ’56, che per un bambino di 11 anni che non aveva mai visto la neve è stato uno di quegli avvenimenti che resteranno nei ricordi, per sempre.
Casa nostra era in fondo ad una discesa lunga e ripidissima, che fu subito usata dai più temerari come pista da sci e non solo, in quanto, chi non li possedeva, usò qualsiasi cosa che scivolasse e potesse adattarsi come slitta.
Noi più piccoli andammo nella terrazza del palazzo a fare pupazzi di neve uno dei quali molto grande che rimase diversi giorni, e poi tutti spontaneamente coinvolti nella guerra a colpi di palle di neve, insomma come andare al luna Park con la differenza che quello era tutto naturale e spontaneo e il luna Park tutto finto.
Ciò che mi è rimasto più impresso è stato il silenzio, e il candore, anomali per una città come Roma. Ricordo che la mattina al risveglio, non mi resi conto subito di ciò che era accaduto. Le finestre erano tutte appannate, non si sentiva il rumore delle macchine e c’era come un’atmosfera di attesa di qualcosa di ignoto.
Dopo aver pulito i vetri per vedere fuori, non riuscii a occhi nudi a guardare la neve, fui costretto a mettere degli occhiali scuri e rimasi a bocca aperta senza riuscire a dire una parola per alcuni minuti ad eccezione di qualche esclamazione di meraviglia.
Nel frattempo la famiglia si era allargata e oltre a Daniele in fasce, era venuta ad abitare con noi la sorella più piccola di mamma diciannovenne, Carla che aveva trascorso 16 anni in un collegio dalle monache dopo la morte prematura della madre, non potendo le altre sorelle occuparsi di lei.
Ufficialmente venne per dare una mano a mamma con Daniele, ma anche perché gli altri parenti non volevano o non potevano ospitarla.
Visti i trascorsi, la ragazza non era particolarmente gentile, cordiale o socievole, risultava decisamente molto introversa e qualche problema nell’inserimento in una nuova famiglia lo ebbe, e anche noi con lei, perché all’inizio eravamo tutti degli estranei, pur essendo parenti e le esperienze fatte nell’età della formazione non la aiutavano certamente.
Anche se quelli non erano periodi in cui fossero di moda tanti discorsi psicologici o educativi come ora e ci si comportava come veniva, usando il buon senso, in qualche modo una forma accettabile di convivenza si riuscì a trovare almeno per qualche anno e credo che a suo modo lei cominciò a sentirsi in famiglia.
Negli ultimi due o tre anni, per arrotondare lo stipendio, babbo aveva intensificato il suo secondo lavoro di rappresentante di medicinali ed era anche per quello che aveva tanti amici medici.
Il lavoro gli piaceva perché era appassionato di medicina, solo che per uno che è stato tutta la vita ipocondriaco a livelli altissimi, stare così a contatto con le malattie non era proprio ideale per farlo stare bene.
Per fortuna, i medici che frequentava e con i quali ormai era entrato in confidenza, lo conoscevano benissimo ed erano sempre pronti a rassicurare mamma, che si preoccupava continuamente.
Ricordo un episodio che è stato talmente caratteristico che li può riassumere tutti.
Non rammento bene per quale incidente, babbo si tagliò una mano abbastanza a fondo, con una lamiera arrugginita.
Naturalmente si fece disinfettare accuratamente e dopo cominciò ad accennare al rischio del tetano e al fatto che sarebbe stato meglio fare il vaccino.
Decidendo di soprassedere, dopo un po’ si tranquillizzò e si stese a riposare. Passò circa un’ora e il suo corpo cominciò ad irrigidirsi sempre di più, sino a che formò un arco sopra il letto, sul quale la testa e i talloni erano gli unici punti del corpo che toccavano.
Naturalmente mamma si spaventò e telefonò al dott. Serra, che ci conosceva benissimo tutti avendo curato l’intera famiglia e che oltre tutto, abitava anche vicino, raccontandogli nei particolari le condizioni di babbo che, nel frattempo, aveva smesso di parlare.
- Aspetta un’ora, un’ora e mezza. Se non si rilassa ed è ancora rigido in quel modo, chiamami. Disse.
Dopo circa 35-40 minuti si rilassò completamente.
Quest’episodio del quale abbiamo riso tutti, compreso babbo, non vorrei però, che fosse frainteso, perché potrebbe far pensare che chi si comporta in quel modo, possa avere problemi mentali mentre, per essermi documentato molto bene e avendo sentito pareri importanti, posso assicurare che si tratta di una malattia anche piuttosto grave a quei livelli, ma non mentale.
Risulta grave perché, come ci spiegò un professore specialista molto famoso, chi ne è affetto quei disturbi non li immagina, li sente veramente, anche se non li ha e perciò la sofferenza è la stessa, come se ce l’avesse.
Babbo se la portò per tutta la vita, soffrendo molto anche se, per fortuna, non sempre a quei livelli e con alti e bassi, fortunatamente più bassi che alti.
L’anno successivo ci trasferimmo tutti in affitto in una casa ancora più periferica di proprietà di zio Mario, fratello di mamma, in Via Gran Paradiso, tanto per restare nell’ambito ecclesiastico, nella quale trascorremmo alcuni anni, un po’ sereni ed un po’ travagliati. La casa era al confine tra il Tufello e val Melajna, come dire il Bronx romano dell’epoca.
Di quel periodo, oltre alle litigate tra babbo e mamma, mi fa piacere ricordare soprattutto le vacanze estive sempre a S. Marinella, dove affittavamo un appartamentino dai contadini nell’entroterra e trascorrevamo quasi tutta la giornata al vecchio porticciolo, che all’epoca era bellissimo, uno spettacolo, tipo la coste della Sardegna, che ancora esiste ma purtroppo è irriconoscibile.
Era un’insenatura interamente naturale, formata da scogli, senza il molo e la barriera di cemento che ci sono ora e che l’avranno reso più comodo e più riparato, ma hanno distrutto uno delle più belle baie vicino a Roma.
E’ lì che iniziai ad amare veramente il mare, ad imparare a nuotare bene, e i ricordi di quel periodo sia pure non tutti precisi, mi hanno lasciato la sensazione di uno dei momenti più felici della mia vita.
Il rapporto con i ragazzi del posto, con un pescatore che era anche il gestore di un chiosco dove pranzavamo tutti i giorni, la pesca notturna con le lampare, la cattura dei ricci di mare,poi mangiati da tutti a riva, le gare di corse sugli scogli sino alla punta, sotto il castello Odescalchi, sono come lampi della memoria che risultano molto piacevoli, fiammate di un periodo irripetibile.
I rapporti erano amichevoli con tutti, in particolare con quel pescatore con il quale eravamo diventati di famiglia entrando in confidenza con lui, la moglie sarda e i due figli.
Anche le cose più spiacevoli, tipo un gruppo di topi dentro la casetta in affitto, nascosti nel sotto lavabo, la cui femmina una volta scoperta, per difendere i piccoli era come impazzita e faceva salti sino al soffitto terrorizzando tutti, risultano adesso come un episodio folcloristico che poteva succedere solo in quegli anni e che non era così grave come ci sembrò al momento.
Il ricordo di mio padre che, normalmente non era un pauroso, in piedi sul tavolo, non potrò dimenticarlo facilmente e anche la morte dei topi, giustiziati dal contadino padrone di casa, da un lato fu una liberazione, dall’altro una delle prime sensazioni di tenerezza ed anche di dolore per degli animali, che poi mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Insomma, così è la vita, come è normale, un po’ da ridere e un po’ triste.
Mi ricordo che all’epoca ero innamorato pazzo di Betta che era la figlia del pescatore proprietario del chiosco, che aiutava la madre al banco. In quel periodo avevo da un minimo di 12 anni ad un massimo di 16,ma, considerando che lei ne aveva 3 di più, potete immaginare quanto mi desse importanza, anche se era sempre molto carina e affettuosa.
Ho avuto modo di rivederla dopo oltre quindici anni, sposata con prole ed il fatto, anche se è scontato, mi ha ribadito la convinzione che bisogna evitare accuratamente di ricercare gli amori giovanili, meglio senz’altro, mantenere il ricordo, perché, salvo casi rarissimi, la delusione che ne deriva è talmente forte che potrebbe arrivare a cancellare una bella illusione durata anni.
Che poi illusione non era per nulla, perché mentre la vivi, non potrebbe essere più reale.
Ero grande amico del fratello che aveva la mia stessa identica età, tre giorni di differenza e che anni dopo ancora giovanissimo, morì in Sardegna durante un immersione. Un ragazzo fortissimo nato e cresciuto al mare, sempre nell’acqua. La vita è veramente strana e a volte ci riserba delle sorprese inimmaginabili oltre che molto dolorose. Questa è stata sicuramente una,da non dimenticare, per me.
In quel posto, in quegli anni, vennero un po’ tutti i parenti e gli amici per stare insieme, venne anche zio Bebo che fu la causa involontaria per la quale feci il salto di qualità nel nuoto.
Già nuotavo abbastanza bene, ma soprattutto a rana e quando venne, vedendomi nuotare mi disse:
- Prova il crawl, è facile, guarda, fai così;
Ed io per orgoglio, per affetto e perché me lo aveva detto lui, lo rifeci ed anche bene e da allora non ho più smesso.
E poi Luciana, la figlia di zio Nuccio con i suoi figli, zio Marcello con la moglie, persino Mauro il figlio di zio Mariano, oltre a Marisa un’ altra figlia di zio Nuccio che era sposata con un certo Tamagnini, boss del luogo.
Insomma forse quello è stato il posto più importante della mia infanzia, nel quale le amicizie erano o, almeno alcune, sembravano autentiche.
Purtroppo si rilevarono limitate a un particolare periodo e a una certa età, che, una volta passata, finimmo, un po’ per volta, per perderci di vista.
Intanto avevo cominciato le scuole medie, il primo anno lo feci in un istituto privato, Il San Leone Magno,a causa del quale babbo dovette fare un sacrificio economico notevole,ma, ben presto, si rese conto che l’insegnamento che ricevevo, non valeva l’impegno e infatti l’anno dopo mi mandò ad una scuola statale alla Stazione, abbastanza vicino a dove lavorava lui, che la mattina mi accompagnava in macchina.
A posteriori devo ammettere che Il San Leone Magno si distinse soprattutto per la mancanza di qualità nell’istruzione che impartivano.
All’inizio, ebbi un piccolo trauma nel passaggio tra un istituto privato molto costoso e tenuto da preti, ad una scuola statale, sia per la differenza tra i ragazzi che frequentavano, che per la tipologia del professori.
Ci misi poche settimane ad ambientarmi e, tutto sommato, mi trovai molto bene e, sperimentando per la prima volta una classe mista, la trovai anche stuzzicante.
Anche se, non potrete crederci, perché eravamo nel 1959, i Professori ancora usavano le punizioni corporali, tipo bacchettate sulle mani, schiaffi dietro il collo e castighi costringendo un alunno per tutta l’ora di lezione ad una posizione scomodissima in piedi vicino alla lavagna, o altri derivanti dal libero sfogo della fantasia del singolo Professore.
Ripensandoci adesso dovrei ricordarlo come una cosa ingiusta e anche un po’ disonorevole, ma non è così e non credo che sia perché eravamo particolarmente masochisti. All’epoca era normale, non ci si faceva caso più di tanto e non veniva considerata come una cosa offensiva.
Strano è?
Intanto mi facevo anche una serie di amicizie intorno alla nuova casa, con vicini miei coetanei e qualcuno anche un po’ più grande.
Anche lì, essendo estrema periferia, c’erano grandi prati vicini ai palazzi, dove abitavamo, nei quali molti ragazzi andavano a giocare a pallone, a menarsi e anche a mettere in atto spedizioni punitive consistenti soprattutto in sassaiole tra bande rivali.
Non ero un grande frequentatore, in quanto a pallone ero veramente scarso e finivo sempre in porta in quanto i miei compagni sostenevano che, essendo destro, giocavo con due piedi sinistri e loro non volevano perdere per manifesta inferiorità, con me in campo.
Imparai a giocare a “nizza”, che era un gioco abbastanza pericoloso e che credo adesso non conosca più nessuno, tra i giovani.
Si trattava di colpire un bastoncino di circa 10 cm. con le estremità debitamente appuntite, con un altro molto più lungo, prima a terra per farlo saltare in aria e poi al volo per mandarlo più lontano possibile, aveva qualche punto in comune con il baseball, anche se all’epoca non lo sapevo.
Non era facilissimo dirigere i colpi e qualche volta diventava pericoloso quando per sbaglio colpivi qualcuno.
Tutto sommato preferivo già allora, frequentare qualche ragazzina che abitava vicina e ce ne erano diverse, anche se ancora non sapevo bene cosa dovevo farci una volta che fossi riuscito ad agganciarle.
Naturalmente capivo che non si trattava di uno sport e, che affrontato nel modo giusto, sospettavo sarebbe stato molto più divertente. All’epoca avevo una vaga idea della differenza tra i sessi e anche se in teoria credevo di conoscere, in pratica, essendo tutto o quasi una novità, quale fosse il comportamento giusto da tenere ancora non mi era del tutto chiaro.
Ricordo che ce ne era una che abitava nel palazzo accanto al nostro, al primo piano, con la quale spesso di pomeriggio mi mettevo a chiacchierare, lei sul balcone di casa sua ed io seduto sul muretto di recinzione proprio sotto.
Avremo avuto entrambi circa quattordici o quindici anni e lei, senza che io me ne rendessi conto, non perdeva occasione per farmi vedere le gambe, spesso sino alle mutandine.
Ci vollero gli amici che me lo facessero notare esplicitamente e parecchio tempo dopo, perché mi rendessi conto che la ragazza non aspettava altro che io producessi qualcosa che almeno somigliasse a un approccio, ma non lo feci quando ero in tempo e dopo era tardi.
Raccontato così l’avvenimento deve sembrare, per chi legge, che si riferisca a un periodo ancora precedente, specialmente se si confrontano ragazzi e ragazze di quell’età di oggi, ma posso assicurare che all’epoca eravamo così e magari io sarò stato un pochino più lento di qualche mio coetaneo ma rientravo nella maggioranza, tante parole, pochissimi fatti.
Nel frattempo avevo iniziato le scuole superiori e in particolare l’istituto per geometri e quella si rivelò una scuola di vita ancora più che per le materie nelle quali mi diplomai. Lì iniziai a imparare a comportarmi con le ragazze e anche con i compagni e con i professori.
Frequentavo un Istituto nuovo all’Eur, che raggiungevo con la metropolitana e dove studiando pochissimo, ma divertendomi moltissimo, finii per diplomarmi con il minimo dei voti, ma anche con meno sforzo possibile.
Ricordo che in 4° Classe, nella quale fui promosso a giugno, avevo formato con altri due o tre ragazzi una specie di banda e che specie nelle giornate di sole e quell’anno a Roma ce ne furono tante, bastava un’occhiata per decidere di saltare le lezioni.
In totale facemmo più di un trimestre di assenze nelle quali andavamo in giro per Roma, il più delle volte al laghetto dell’EUR a rimorchiare le babysitter o altre studentesse anche loro nella stessa nostra situazione.
Qualche volta ci riusciva, qualche altra no, ma era comunque divertente la trasgressione in sé, ci faceva sentire liberi e grandi.
Tutta la classe era formata di scalmanati che avevano, salvo pochissime eccezioni, poca voglia di studiare e molta di divertirsi e prendevamo di mira i professori più buoni e comprensivi per fare scherzi, che a ripensarci adesso, potevano costarci cari.
Ce ne era uno di Costruzioni, che era anche Vicepreside e che per nostra fortuna venne anche come Commissario Interno alla maturità, salvandoci quasi a tutti la vita.
Si trattava veramente di un brav’uomo che era anche preparato nella sua materia, tanto che era l’autore dei libri di testo sui quali studiavamo, che, per inciso, gli stampava ed editava zio Marcello e sui quali ogni anno facevo il mio piccolo guadagno, comprando al prezzo da editore e rivendendo a quello di copertina con un po’ di sconto, ai miei compagni,addossandomi però, il trasporto.
Gli facemmo degli scherzi dai quali venne fuori quanto eravamo incoscienti, perché se fosse stato appena un po’ permaloso o vendicativo poteva cambiarci a tutti il futuro.
Uno dei più crudeli, ma a noi al momento non sembrava così, fu quello di mandare alla cattedra il nostro compagno di volume più grande, facendolo stare proprio attaccato a lui e distraendolo nel mentre noi abbandonavamo la classe e lo lasciavamo solo.
Tutto per vedere che faccia avrebbe fatto appena il nostro compagno si fosse scostato e lui alzando gli occhi avesse visto che in classe non c’era più nessuno.
E giù risate…..
Un altro, ancora peggiore, lo realizzammo con lo stesso sistema, ma facendo sparire un banco, appendendolo con delle funi fuori di una finestra e insistendo con lui che c’era un banco in meno e che non sapevamo come fare.
L’uomo era mite e quando si rendeva conto che era uno scherzo,cercava di assecondarci, anche se un po’ si vedeva che in fondo ci rimaneva male.
Insomma ci approfittavamo di un uomo buono che non voleva prendere provvedimenti contro di noi ma che un po’ ci soffriva e lo abbiamo fatto anche agli esami di maturità andando tutti impreparati nella sua materia e costringendolo,conoscendo il tipo, a coprirci in tutti i modi,cosa che puntualmente fece.
Insomma è vero che ci siamo tanto divertiti ma, ogni tanto, un po’ di crudeltà veniva fuori, magari senza esserne completamente consapevoli, ma, ripensandoci, qualche ferito dietro ce lo siamo lasciato e con il senno del poi non mi sento di andarne orgoglioso.
Nel frattempo erano successe diverse cose , mamma aveva aperto un laboratorio di camiceria a Piazza Bologna, che non durò moltissimo e dopo lo trasformò in un negozio di cornici per quadri.
Si, avete letto bene, da camiciaia a corniciaia.
Sinceramente non saprei dire come si arrivò dalle camicie ai quadri, ma così fu e il negozio di cornici resistette e con il tempo fu anche trasferito in un altro locale più idoneo e grande, sempre in zona, dove è ancora oggi che è diventato il regno di Rita.
Date le difficoltà negli spostamenti, appena fu possibile lasciammo la casa di zio Mario ed affittammo un appartamento in Via Reggio Calabria, vicino al laboratorio di mamma, appartamento che alcuni anni dopo diventò casa di Rita e mia.
In quel periodo gli scontri tra babbo e mamma s’intensificarono sempre di più, fino a coinvolgere tutti compresa Carla, che finì per andarsene ad abitare da sola.
Erano i favolosi anni 60 ma economicamente eravamo messi piuttosto male, babbo non guadagnava abbastanza per mantenere una famiglia che era di 5 persone fino a che Carla rimase, mamma sosteneva che manteneva lei la famiglia con i ricavi del negozio e che babbo buttava i soldi in macchine o altro.
Per la verità, a mia memoria, babbo, nella sua vita, ebbe prima una topolino, poi una topolino giardiniera di quelle in legno che i giovani non possono ricordare,entrambe usate, poi una bianchina, una 600 usata,una vecchia Opel del 1936, e poi, dopo tanti anni, una Fiat 1300 usatissima, che era una delle poche soddisfazioni che si era preso, ma che per tutti gli altri era un bidone più adatto allo sfasciacarrozze che ad andare in giro. Tutto questo, in quasi 25 anni.
Per un uomo che bene o male aveva sempre lavorato, in alcuni momenti anche facendo un doppio lavoro…..
Date le difficoltà economiche, ebbero la pessima idea di chiedere un prestito ai familiari, alle sorelle di mamma, in particolare alla sorella più grande Liliana,(altrimenti detta Abramina), la quale, non so bene di quale entità, ma glielo concesse e secondo me, ma è un opinione molto personale, per un matrimonio che già era in netta crisi, quella fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Liliana, non era certo il tipo che prestava i soldi e la cosa finiva lì, era una che si sentiva in diritto di sindacare come li avresti usati e di entrare nelle decisioni della tua vita.
Babbo che, tra l’altro, sosteneva che i soldi fossero stati prestati a mamma e non a lui e che comunque per carattere non avrebbe mai fatto mettere bocca nelle sue cose a nessuno, non accettò quel comportamento e naturalmente ne fece le spese mamma, che però si sentiva più forte perché spalleggiata dalla sorella.
Ma quasi sicuramente non era quello il motivo principale per cui finirono per dilaniarsi e poi per separarsi definitivamente dopo ventitré anni di matrimonio, per lo meno non il solo, credo che i motivi fossero molti, una parte dei quali non li so e neanche voglio saperli, anche se qualcuno posso immaginarlo.
Si trattò di motivi troppo personali e in più mi fa troppo male ripensare a quel periodo così brutto per tutti.
Ricordo che mi sedevo a pranzo o a cena e come iniziavano a discutere, mi alzavo e me ne andavo senza mangiare, possibilmente uscendo da casa, non resistendo più fisicamente a quell’atmosfera e anche ai soliti discorsi ripetuti all’infinito, nei quali finivano sempre per coinvolgermi.
L’ultimo periodo ancora accettabile fu proprio l’estate del 1965, l’anno del mio diploma, nel quale forse per premiarmi, non ricordo, andammo insieme a Carla un mese ad Ischia della quale ho un ricordo molto piacevole.
L’isola era bella, allegra e piena di gente disponibile al divertimento. Ricordo la spiaggia di Citara a Forìo, dove nell’acqua c’erano i soffioni bollenti, tanto che più volte facemmo il bagno di notte senza sentire il minimo freddo.
Mi è rimasta nella mente, una sabbia speciale di grana grande che non restava attaccata addosso e perciò molto piacevole, ricordo S. Angelo, uno dei posti più belli d’Italia, dove rischiai di morire o di farmi molto male, per colpa di un imprudente pilota di motoscafo, che per fortuna vidi arrivare, perché ho sempre nuotato con la testa sott’acqua ma a occhi aperti.
E poi, i Maronti, altro posto incantevole e le motocarrozzette, mezzi di trasporto che ho visto solo lì e che guidate come facevano gli ischitani, smentivano tutte le leggi fisiche visto che, avrebbero dovuto finire giù per le scarpate, ma chissà per quale miracolo napoletano non succedeva. Ricordo una diffusa allegria che si respirava nell’aria.
Mi tornano alla mente un paio di amori e un’occasione perduta, che ancora mi mangio le mani, con un’amica di Carla più grande di me, che ci provò in tutti i modi, senza che io me ne rendessi conto, se non molto tempo dopo.
Come ho già detto in altra occasione, questa è stata una condizione ricorrente in quasi tutta la mia vita, e ribadisco che non sono arrivato vergine al matrimonio, ma le occasioni perdute sono state sicuramente di più di quelle che ho saputo cogliere. Ogni tanto ci penso e non so se esserne rammaricato o contento.
Sicuramente qualche avventura di più non mi sarebbe dispiaciuta, ma l’aver mantenuto un po’ di ingenuità che, naturalmente, ho perso fin troppo presto, per qualche delusione o per la fine delle illusioni, non mi dispiace.
In fondo, a farsi furbi, c’è sempre tempo.
A darmi una mano ci si metteva pure mia madre che, dopo tanti anni, mi raccontò di ragazze con le quali aveva lavorato o di parrucchiere dalle quali andava, che le chiedevano di presentarmi e le parlavano bene di me, senza che lei me lo avesse riferito una volta, credo per un misto di gelosia anche per il figlio e di sessuofobia che è stata sempre una sua prerogativa e che mantiene ancora adesso alla veneranda età di 87 anni.
Dopo Ischia, la situazione familiare degenerò sempre di più, mamma per tutta la prima parte del matrimonio scusava qualsiasi comportamento di babbo, il quale era sicuramente molto nervoso, irascibile, a volte, in contrasto con la sua tenerezza di fondo, anche manesco con i figli, specie con me.
Forse dipendeva anche dai tempi, molto diversi dagli attuali.
Lei gli perdonava tutto perché riteneva che fosse malato di nervi, esaurito, sbagliando completamente, secondo me, fino a che arrivò a pensare che qualsiasi cosa facesse, fosse cattiva e in malafede, naturalmente, sbagliando di nuovo, perché, non erano vere nessuna delle due cose, almeno non lo erano nel modo come le intese lei.
E’ probabile che babbo fosse solo scontento di sé, come dimostrò successivamente, senza essere realmente malato e che certe sue insoddisfazioni, per quello che la vita gli stava riservando, causassero un nervosissimo ed una eccitabilità, sempre latente e che la malafede fosse da escludere sia prima che dopo.
Sicuramente quella che stava vivendo non era l’esistenza che aveva sperato. Veniva da una famiglia benestante mentre aveva continuamente problemi economici, forse aveva, secondo lui, sposato la donna sbagliata, almeno per quello che riguardava il carattere e comunque lo aveva fatto troppo presto,(21 anni lui e 19 lei), mettendosi sulle spalle una responsabilità, quando ancora avrebbe desiderato divertirsi.
Ricordo una volta nel negozio di mamma che, presente nonno Ettore, babbo mi dette uno schiaffone, non rammento neanche il motivo e si prese una ramanzina piuttosto decisa dal padre che all’epoca era quasi ottantenne.
Lui la accettò, senza reazioni, solo con qualche lieve protesta, il che dimostra quanto, certe manifestazioni, fossero istintive e fatte senza cattiveria, dovute anche ad un epoca nella quale era abbastanza normale che gli schiaffi volassero, da parte dei genitori.
Capisco benissimo che, attualmente, un giovane non potrebbe capire, anche se su questo argomento, addirittura tra i più famosi pedagoghi, esistono opinioni diverse, spesso opposte e che ciclicamente tornano alternativamente di moda.
Mamma invece era molto più protettiva ed era per conformazione mentale e per educazione soprattutto una casalinga, che non chiedeva altro che di pensare alla casa e ai suoi cari, anche se successivamente, nel momento del bisogno, ha dimostrato di sapersela cavare da sola anche in situazioni obiettivamente molto difficili.
Era capace di grandi amori senza riserve e senza freni, molto portata alle coccole.
Una volta finito quest’amore però, sapeva anche, non dico odiare, ma sicuramente non perdonare più niente, con determinazione.
Infatti, alla stessa persona alla quale prima lasciava correre tutto, attribuiva le peggiori motivazioni, cattiverie e mala fede, una volta modificata l’opinione che ne aveva.
Insomma senza mezze misure, anzi, in oltre sessanta anni non ho mai incontrato una persona che in modo così deciso e convinto, possa cambiare opinione su qualcuno tanto radicalmente, senza che in nessuno dei due casi si riuscisse a farla ragionare rispetto alla convinzione del momento.
Insomma la persona più testarda del mondo anche nel cambiare idea. Impossibile da far riflettere o ripensare.
Quanto a lui, non lo confessò mai, neanche con me, ma è quasi certo che quando se ne andò da casa, già c’era chi lo stava aspettando, anche se appena usciti andammo ad abitare ospiti nella casa di un’amica di Bebo, una assistente montatrice. Ma non durò molto, pochi mesi.
La sensazione che ho ricavato da tutto ciò è che fu più mamma a volere la separazione che Babbo, in quanto, quasi certamente lui aveva un’altra storia che però non era così importante da fargli distruggere una famiglia e che, sarebbe bastato poco, un piccolo passo indietro da parte di lei e forse, se fosse ancora vivo, starebbero ancora insieme oggi, magari continuando a litigare come matti.
Il problema era che entrambi sapevano esasperare l’altro a livelli insopportabili, con sistemi completamente diversi, ma altrettanto efficaci.
Sicuramente lei, per carattere, era più di lui, per le decisioni definitive.
Ma questa è una mia impressione personale ed anche il racconto è frutto dello stato d’animo dell’epoca che, anche se filtrato dal tempo, per forza ha la sua influenza. E’ un avvenimento che mi riguarda troppo personalmente e, perciò, magari, ho visto una storia diversa da quella reale o l’ho recepita in modo sbagliato, forse è andato tutto in un altro modo, se non nei fatti, almeno nei retroscena e nei sentimenti, chissà.
Credo di no, sono abbastanza certo di avere,malgrado tutto una visione abbastanza vicina alla realtà e so di dire tutto quello che penso, ma forse ormai, non ha più grande valore saperlo con certezza.
Magari è arrivato il tempo di metterci una pietra sopra e di non parlarne più anche se è difficile, perché sino a che sarà viva mia madre, qualche allusione verrà sempre fuori, segno che per tutti noi è stata una vicenda che ci ha influenzato il resto della vita, in particolare a loro due.
Ma basta così, perché sono passati circa quarantacinque anni e come diceva Bebo, ormai è intervenuta la prescrizione o in caso di condanna saremmo già tutti fuori di prigione liberi di sbagliare ancora, per fortuna.
Appena separato, babbo mi portò in un paese della provincia di Roma a conoscere la sua nuova fiamma e l’intera famiglia con la speranza che, un’atmosfera molto paesana, mi spingesse ad affezionarmi a loro e mi aiutasse a ritrovare la serenità.
E qui si capisce ancora di più la fondamentale ingenuità di carattere sentimentale, pur ben mascherata di mio padre, che lo accompagnò per tutta la vita, malgrado facesse di tutto per apparire molto diverso riuscendoci, pure, quasi sempre.
La famiglia che mi fece conoscere era formata da persone che, in modo molto lampante, apparivano di una notevole ipocrisia, che era chiarissima per chiunque avesse occhi per vedere, ma che, non risultava così chiara solo a chi, invece della realtà, andava cercando un sogno, la realizzazione di un desiderio.
Come poteva pensare che potessi affezionarmi così di corsa a degli estranei, quando, per quanto infelice, una famiglia ce l’avevo avuta e ce l’avevo ancora? Non ero più il ragazzo ingenuo di qualche anno prima e erano stati proprio i miei genitori, soprattutto a cambiarmi.
Infatti così fu, non riuscii ad affezionarmi a nessuno di loro, mai, neanche dopo alcuni anni e sinceramente credo che sia stato giusto così. Non ritengo che oltretutto lo meritassero o che fossero particolarmente interessati, salvo forse il figlio più grande Silvano.
Secondo me, da parte di lei fu un’unione di convenienza, convinta che lui fosse più benestante di quello che, in effetti, era.
Magari ci sarà stato anche un rapporto d’amore, sicuramente un’intesa sessuale, ma tra loro, l’interesse era sempre presente e predominante.
Era chiaro sin dall’inizio come dovevano essere divise le spese e chi doveva pagare cosa.
Sarà un sistema probabilmente, più diffuso e normale di quanto si pensi, molto lontano però dal modo di considerare una vera unione da parte di mio padre prima di allora e anche mio, ancora adesso.
In ogni caso, poco dopo andammo tutti ad abitare insieme in una casa nell’estrema periferia romana, dove stemmo per circa un anno e poi ci trasferimmo in una casa in Via Aurelia Antica.
Eravamo nel 1967, e come già raccontato, quell’estate cambiò la mia vita.
I mesi precedenti passarono con grandi discussioni sino alle due di notte con babbo, sulla vita, i rapporti ed i legami, nei quali ero sempre più aggressivo verso di lui, che, accettava abbastanza tutte le critiche che gli facevo e sempre più triste dentro di me.
Sentivo il bisogno di sfogarmi con qualcuno perché, se non avevo più una casa mia e una famiglia felice, di qualcuno doveva essere la colpa e mi sfogavo con chi avevo davanti.
Questo succedeva con lui e qualche volta anche con mamma che però, sempre più convinta di essere nel giusto, non accettava critiche, né da me né da nessuno, senza che questo però mi fermasse perché, dentro di me, ero posseduto da una forma di risentimento verso tutti e due, mista ad affetto.
Anche adesso, che ho maggiore comprensione per tutti e mi rendo conto che, sposarsi a quell’età, è una follia dalla quale può scaturire tutto il male del mondo, specialmente se la coppia non è ben assortita e mi è chiarissimo che i miei genitori erano entrambi pieni di difetti, come la maggior parte delle persone, ma non cattivi.
Sono certo che tutto quello che hanno fatto di sbagliato fosse in buona fede e sicuramente ha causato molto male per primi a loro, malgrado questo,anche adesso, dentro, un certo risentimento mi è rimasto, a cui non do importanza e che non considero, ma che in un piccolo cantuccio del cuore, sta lì che dorme…. quasi sempre.
Nei momenti in cui ero solo, passavo il mio tempo a sentire e risentire le canzoni di Tenco, che certo non mi facilitavano la predisposizione all’allegria. Insomma non mi facevo una risata neanche a pagamento.
Non credo che tecnicamente potesse essere considerata una depressione ma certo non ero allegro e sotto, sotto, mi compiacevo di questa forma di tormento, sempre presente, che però,considerando che avevo 22 anni, spariva completamente alla vista di qualche ragazza carina.
Insomma una contraddizione pressoché totale, che forse era più comune di quanto pensassi all’epoca, per un ragazzo di quell’età.
CONTINUA……












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