giovedì 6 ottobre 2011

I SOGNI

I SOGNI

Questa notte è morto Steve Jobs e tutto il mondo ne parla. L’ha stroncato un cancro contro il quale combatteva da anni.

Non era certo uomo da arrendersi facilmente, era ancora troppo pieno d’idee e di voglia di realizzarle, malgrado quello che aveva fatto fosse già moltissimo in un tempo relativamente breve.

Soffriva di una malattia che non perdona e che non ha rispetto per nessuno neanche per i geni e lui oltre che la volontà aveva sicuramente i mezzi per potersi curare nel modo più appropriato possibile, consultando i migliori medici del mondo.

Penso che abbiano fatto di tutto per allungargli una vita che, a detta di tutti, compresi i suoi concorrenti, era fuori del comune e una fucina d’idee nuove che non sembrava avessero mai fine.

Da osservatore esterno e poco esperto di elettronica, posso dire che aveva anche un aspetto molto piacevole e ammaliatore, anche alla fine quando era magrissimo, con il volto scavato dalla malattia, non aveva perso l’espressione che distingue quasi tutte le persone che si differenziano dagli altri, illuminate come sono, di solito, da una luce interna che non saprei definire, ma che, secondo me, non ha niente di comune e forse di umano.

Con quella luce ho potuto vedere pochissimi, anzi in questo momento non me ne viene in mente nessuno; forse la rappresentazione cinematografica di Mozart, alcune foto di Einstein o di Picasso, e poco altro.

Ieri è morto anche un’altra persona, sconosciuta ai più, se non a coloro, oltre la famiglia, che avendo avuti rapporti di lavoro con lui, compreso io, se lo ricordano.

E’ morto anche lui di cancro, aveva sessantacinque anni e ancora tanta voglia di fare.

Si chiamava Mario Vendittelli e aveva lavorato per me, in subappalto, più o meno continuativamente per quasi vent’anni, sino a che non gli subentrarono i figli dopo che lui non stava più tanto bene fisicamente.

Era il classico esemplare dell’operaio intelligente e ambizioso che dopo essere stato per un po’ dipendente, fa il grande salto e si mette in proprio.

Esattamente il tipo di lavoratore che riesce a tenere in piedi l’Italia e di cui, pur diminuendo, per fortuna ce n’è ancora una quantità abbondante.

Sono queste le persone, che, disposte a qualsiasi sacrificio per lavorare e per espandersi, che hanno affrontato periodi particolarmente floridi nei quali gli orari di lavoro erano indefinibili e le feste inesistenti. O difficili, superandoli sempre con lo stesso spirito e con la voglia di ottenere un risultato per se stessi e per le loro famiglie che hanno permesso all’Italia di diventare quella che è ora, non certo la Fiat e i Confindustriali in genere.

Quelle piccole e piccolissime imprese che sono l’ossatura del nostro paese che, essendo partite da zero, non si fermano davanti a nessuna difficoltà.

Lui c’è riuscito e considerando com’era partito, ha lasciato un’impresetta che ormai nel suo campo conoscono tutti e che basta portare avanti con oculatezza e, magari con qualche piccola innovazione, dovuta alle forze fresche e giovani rappresentate dai suoi figli.

Anche in questo è stato un uomo di successo avendo educato i due figli al lavoro e a continuare la sua strada, che di questi tempi è quasi un miracolo, visto le ditte che chiudono per mancanza di ricambio.

Ci saranno sicuramente stati anche molti meriti dei due ragazzi, ma certo, che con l’amore e l’esempio lui ha contribuito moltissimo.

Lo ricordo sino a quattro o cinque anni fa e già non era in salute, perché aveva avuto un ictus, dal quale si era però ripreso molto bene, che, pur essendo in pensione, ancora si andava a cercare qualche lavoretto tutto per lui perché il carattere non si cambia.

Tra di noi ci sono stati esclusivamente rapporti di lavoro durante i quali abbiamo anche litigato in diverse occasioni, per questioni tecniche e qualche volta anche economiche, perché la sua sete di guadagno e di espansione non avevano limiti.

Ci sono stati momenti nei quali sentendomi scavalcato ci sono rimasto abbastanza male, ma che sono durati sempre pochissimo, perché alla fine, l’ho sempre considerato come una persona per bene che lottava per se e per la sua famiglia e che perciò, se anche, ogni tanto, si lasciava andare a un comportamento non proprio perfetto, si poteva comprendere.

In contrapposizione, nel tempo, ricordo numerosi piaceri da parte sua, che, anche se pagati, non tutti avrebbero fatto.

Sono un po’ di anni che non ci vedevamo e quando ieri il figlio Marco mi ha avvertito di quello che era successo, sono rimasto interdetto e non avrei mai pensato di sentire tanto dolore.

Con lui è morto uno che pur non essendolo in senso stretto, potevo considerare un amico, protagonista di una parte piuttosto lunga della mia vita.

Vi chiederete cosa c’entra mischiare la morte di Steve Jobs con quella di Mario Vendittelli, forse niente, ma per me invece loro sono due facce della stessa medaglia.

Uno lo conoscevo bene e perciò sono rimasto colpito dalla sua fine, l’altro fa parte delle persone di un tale livello che le porta a diventare patrimonio di tutti e in ogni caso si conoscono le opere del suo ingegno e di conseguenza anche lui.

In più, pur così distanti per qualità intellettive, per capacità economiche e per cultura, spinti entrambi dal desiderio di successo, hanno fatto tutto quello che potevano per raggiungerlo, riuscendoci e non solo per se stessi.

Jobs che ha fatto talmente tanto, con poco, ha trasformato le idee nuove in realtà, che a detta di tutti, rappresenta il grande sogno americano.

Vendittelli che ha limitato la sua attività a una piccola cerchia di azione ma ottenendo ugualmente quello che voleva, rappresenta un piccolo sogno italiano.

Quantificare i sogni secondo me, però, non è possibile e perciò quello che per molti è piccolo, probabilmente per Mario è stato talmente grande da sembrare, all’inizio, quasi irraggiungibile e ripensandoci, con le dovute proporzioni, è stato effettivamente enorme.

In fondo, a mio modesto avviso, con tutto il rispetto che si deve a uno degli uomini contemporanei più importanti al mondo, i due, sotto certi punti di vista, non sono così distanti.

Dopo tanto lavoro, riposate in pace.

martedì 4 ottobre 2011

ANCORA SU BERLUSCONI



ANCORA SU BERLUSCONI

Il solito amico, mi scrive ancora e devo dire che malgrado spesso non siamo d’accordo, la sua posta la ricevo sempre molto volentieri.

A Colui che forse c'è ma forse no. Che ci crea problemi di etica, che sembra giocare a rimpiattino con i nostri dolori, i nostri accidenti, che sembra essersi dimenticato, di noi dalle origini dei tempi, che è qui, là e in ogni luogo ma che si sa nascondere assai bene, che qualche volta diventa perfino irritante scontrandosi contro il nostro presunto libero arbitrio. A Colui la cui morte, nei secoli, è stata decretata molte volte ma che poi, immancabilmente si rifà vivo. A Colui che almeno ci dà la speranza di non essere proprio tutti parenti stretti di Berlusconi.

Come il solito rispondo:

Sottoscrivo tutto meno l'ultima frase e mi meraviglio che uno intelligente come te possa unirsi al gruppo di mediocri dal quale siamo circondati. Prima di credere a quello che dicono questi magistrati, questi giornali e questi avversari politici, aspetterei a vedere cosa succede.
Pensa alla sentenza su Amanda, su Garlasco, su diversi politici anche importanti e forse qualche dubbio ti potrebbe venire sull'infallibilità della magistratura italiana, tralasciando totalmente gli interessi politici che ci sono in modo talmente palese che nessuno in buona fede può negarli.

Ciao,S.

P.S.: Confido che sia una battuta e non altro perché prendersela con Berlusconi mi sembra che sia diventato troppo facile e uno sport nazionale, fossi in te, con i mezzi che hai, eviterei di dire cose che dice il primo che passa per strada. Se volessi risponderti potrei dire che una magistratura che pur di condannare un nemico non rispetta le leggi, si qualifica da sola e che politici i quali, qualsiasi sia l'argomento, non sapendo dire altro, ripetono all'infinito la stessa frase come un vecchio 78 giri rotto, da mesi e mesi, tra l'altro ridicola; che quotidiani importanti organizzano inchieste quasi sempre sul nulla. Ma staremo a vedere che succederà, io spero di poter vedere la fine perché penso che molti si dovranno rimangiare parecchie cose dette troppo affrettatamente.

Serenità, ciao S.

Naturalmente arriva la risposta a stretto giro di e mail:

Mi fa piacere caro Stefano di vederti così pugnace. Non entro nel merito di Berlusconi che considero certo vittima di una situazione ereditata dalla sinistra, che ai suoi tempi è stato uno dei pochi, che, che, che... a cui, tuttavia, è sempre mancato e adesso ancora di più il senso dell'autocritica e della misura. In una parola lo stile di uno statista con delle responsabilità istituzionali importantissime... A parer mio in uno stato democratico, dopo anni di complicatissime vicende giudiziarie (tutte inventate?) un capo di Governo serio dà le dimissioni, dimostra la propria innocenza e poi, semmai si ripresenta oppure si dedica alla coltivazione di un grande giardino fiorito. Invece pare che lui abbia preferito passare il tempo con giovinette di facile presa, creando, questo mi pare piuttosto innegabile, una sorta di repubblica delle banane. Dunque sono con te in merito all'accanimento terapeutico di una magistratura faziosa ma dall'altra parte non ci sono stati segni di avvedutezza. Un capo di Governo, almeno che non si parli di un governo totalitario, cioè un non governo ma una dittatura, ha l'obbligo morale di far chiarezza facendo un passo indietro e non di mettersi in cima al coro della chiesa a urlare la sua innocenza facendo vile vittimismo. Non ti pare. Capisci che non è un problema politico. E' l'uomo che lascia doverosi dubbi, è la magistratura che abbaia ma non morde fino in fondo, sono i giornali come LA REPUBBLICA che fanno un'opposizione illiberale, è, in ultima analisi il nostro modo di... passare sopra a tutto o quasi, che ci fa colpevoli con chi è eletto a rappresentarci.

Baci.

Avresti ragione se i suoi guai giudiziari non derivassero ESCLUSIVAMENTE dalla volontà di qualcuno di farlo fuori neanche cercando una condanna, che comunque finora non è venuta, ma lo sputtanamento della persona per far cadere un governo liberamente eletto da noi, come d'altronde già successo nel 94. Spero che ricordi i motivi. Tra l’altro ormai è talmente palese che non si nascondono e si limitano più. Se fossimo in un altro paese il capo del governo lo avrebbero lasciato governare, com’è successo in Francia con Mitterrand in Germania con Kohl, per non parlare di John Kennedy che ne ha fatte di cotte e di crude ma ne siamo venuti a conoscenza, anni dopo.
Partendo da questo presupposto perché dovrebbe dimettersi? Prova a pensare che le cose di cui lo incolpano siano tutte false, così, tanto per fare un esercizio ipotetico e lui si dimettesse, oltretutto lasciando in mano l'Italia a gente che ha dimostrato di essere incapace.
Sarebbe un bene? Per l'Italia? Io non credo, in ogni caso è tutto da verificare.
Avresti ragione se non ci fosse un accanimento politico dietro tutto questo che è lampante perché, o Berlusconi è il nemico pubblico n. 1 e allora va messo in galera, se no 25 processi nei quali è stato assolto sia con formula piena che per prescrizione e ti ricordo che la prescrizione non è una condanna morale, mi sembra che costituiscano un record mondiale difficilmente eguagliabile. L'uomo è complicato, chi lo conosce lo descrive generosissimo ma contemporaneamente tostissimo e non vuole lasciare di sé un ricordo di questo tipo prima di abbandonare, perché io sono convinto che lo farà alla fine della legislatura.
Se fosse veramente una vittima o un perseguitato? Pensa a come ti comporteresti tu in un caso del genere. Con la magistratura che ci ritroviamo che riesce a sorprenderci in negativo giornalmente, con la stampa faziosa e anche di qualità non eccelsa e i politici tutti da rottamare che ti devo dire Berlusconi in mezzo a tutto questo non sfigura per nulla.

Allegria, S.

Era un po’ di tempo che non scrivevo di politica, ma la persona mi sta talmente a cuore ed è così intelligente che non posso fare a meno di contraddirlo quando sono convinto che come minimo il suo giudizio è, almeno per il momento, troppo affrettato.

La cosa che mi meraviglia molto è che lui veramente possa credere che uno come Berlusconi abbia bisogno di pagare in senso proprio letterale, una donna. Magari farà loro regali, ma io ho l’impressione che semmai avrebbe il problema di togliersene qualcuna non gradita e particolarmente insistente, dal letto.

giovedì 15 settembre 2011

PASSAGGIO A LIVELLO

PASSAGGIO A LIVELLO

di

Bebo Marrosu





Il passaggio a livello era chiuso anche quella sera.

Anzi, devo essere preciso e dire che non l’avevo mai visto aperto. Non perché fosse incustodito, soltanto perché, da una settimana, lo attraversavo alla stessa ora, per andare aldilà della ferrovia verso il casale Colombo.

Era un giugno tiepido quell’anno e, di notte, mi piaceva scavalcare le sbarre di legno che chiudevano la linea ferroviaria, prendere la rincorsa per risalire l’argine opposto, dopo aver attraversato le rotaie.

Era un po’ come un gioco nel quale ci fosse un rischio e, quel gioco, mi faceva tornare indietro di parecchi lustri.

Giugno in campagna è bello, soprattutto per chi è costretto a vivere in città. Si sente, specie di notte, che la terra attende qualcosa e che noi partecipiamo alla sua attesa.

Lì, presso la ferrovia, cresceva l’erba medica che mandava un odore acuto ed inebriante. I grilli avevano già iniziato la loro gara e dappertutto vicinissimi e appena percettibili, si udivano cantare, riempiendo l’aria.

Io scavalcavo le sbarre felice come un ragazzo e prendevo la rincorsa. Udii il fischio del treno. Sembrava molto vicino, ma doveva essere un effetto dell’aria pulita. Non mi affrettai. Come le altre volte, mi accinsi a saltare da un a rotaia all’altra evitando il pietrisco.

Fu allora che misi il piede in fallo, prima ancora di poter vedere la sagoma del treno avanzare velocemente verso di me.

Poi percepii un urto. Come se un muro si fosse messo in moto e mi avesse spinto in avanti. Poi più nulla per diverso tempo, finché una voce gentile mi disse di alzarmi. Ero supino infatti e avvertivo il fresco dell’erba sulla quale ero appoggiato. Alzai gli occhi verso la voce gentile e vidi un vecchio. Non era proprio un vecchio, aveva i capelli bianchi ma la pelle liscia, un po’ lucida come coloro che si rasano con il sapone lampo.

Le sue labbra erano ferme, eppure mi sembrava che sorridesse. Gli occhi parevano avere mille anni; erano saggi e acuti, vivi e pieni di qualcosa che non poteva essere altro che una visione di cose vietate ai comuni mortali.

  • Alzati, ripeté gentilmente lo strano vecchio.
  • Mi sembra di essere morto, mormorai a voce bassa.
  • Ovunque è vita non vi è posto per la morte. La morte dovrebbe significare un arresto del movimento e dell’opera di trasformazione, cosa questa in contrasto con la “vitalità dell’Universo”, rispose lui.

Confesso che restai male. Non era un linguaggio chiaro il suo e non sapevo che cosa rispondere.

Come se avessi espresso il mio pensiero ad alta voce, il vecchio rispose:

  • Non preoccuparti di comprendere tutto. Ora dobbiamo andare.

Così mi alzai.

Davanti a me non c’era più l’argine erboso, dove, ne ero quasi certo, dovevo essere caduto. C’era invece tutto un mondo nuovo. Roba che non avevo mai visto né mai sognato di vedere. Era come se fossi seduto in un immenso anfiteatro e davanti a me si svolgesse il più strano spettacolo che occhio umano abbia avuto la fortuna di poter vedere.

Le cose che mi erano state care nel passato, erano tutte lì. Erano presenti e non occupavano spazio. C’era la mia vecchia casa, attraverso la quale potevo vedere gli altri luoghi dove avevo trascorso l’esistenza. Il vecchio si mischiava con il nuovo, senza toccarlo. Sussistevano entrambi ed erano animati dalle persone con le quali avevo trascorso l’esistenza.

All’improvviso, senza sfiorare il terreno, su di un tratto di mare azzurrissimo, che era come sospeso nell’aria passò, formando due candidi baffi di schiuma, una nave. La riconobbi subito perché, su quella nave avevo compiuto un lungo viaggio. E fu proprio durante quel viaggio che conobbi Lei.

Lei!

Era una storia lunga il cui ricordo non mi faceva bene. Quando si ama e si crede che la fiamma possa durare in eterno si dà troppo, o si riceve troppo, c’è uno spreco di energie insomma, di cui, più tardi, a cose finite quando “lei” non ha più la lettera maiuscola si sente la mancanza. Ora il ricordo di quell’amore, disperato e inutile, mi rattristava come mi aveva rattristato il giorno in cui avevo dovuto convincermi di essere stato vittima di un’illusione. Ma la nave era già scomparsa, mentre pensavo che il colpevole, per quanto era accaduto tra me e lei, ero soltanto io. Avevo avuto torto e non avevo mai voluto ammetterlo, nemmeno per ipotesi.

Ora che la nave non c’era più mi volsi a guardare lo strano vecchio e vidi che sorrideva, ma senza muovere le labbra, a modo suo, come se per lui quel che pensavo fosse chiarissimo e come se la verità, che avevo finalmente compresa, fosse stata vecchia di sempre. Una di quelle verità indiscutibili e semplici anche agli occhi di un bambino.

Udii che il vecchio mi diceva qualcosa, ma senza parlare. Era come se, tra me e lui, si fosse stabilito un contatto fisico come se parlassimo insieme, intenti ad un’opera, come se lui fosse me ed io lui. I pensieri che si susseguivano velocemente erano rapidi ma distintissimi. Avrei voluto gridare che io, lui, la nave, quel che c’era stato prima e quel che sarebbe avvenuto, in bene ed in male eravamo la stessa cosa. E fu allora che seppi e vidi di aver già intuito tutto questo.

Vidi, davanti a me, al posto della nave scomparsa, un uomo in catene, racchiuso tra le mura di una orrida prigione. Lo vidi lacero, sfinito prossimo a morire. Ma, prima ancora di comprendere che altri non era se non me stesso, intuii che un’ondata di amore stava per pervaderlo. Amore per quelle catene che lo imprigionavano, per quel dolore, per se stesso e per chi lo aveva imprigionato, per gli uomini che erano come lui, prigionieri e per tutti coloro che, liberi, godevano il sole.

Forse non feci in tempo ad esprimere tutto l’amore che sentiva, perché non mi riusciva di concludere il pensiero ed egli stava morendo.

Poi, e dovevo aver percorso secoli e secoli all’inverso, vidi davanti a me il terreno che mutava lentamente. L’erba verde di un prato si era ingiallita e la terra era diventata arida e vecchia, spaccata dal sole e cosparsa di sassi. Io la percorrevo lentamente, a fatica. Ero vestito in modo strano, con un corpetto d’acciaio, e sorreggevo qualcuno che sembrava star male. Eravamo stati sconfitti e fuggivamo. Il mio compagno era molto debole. Perdeva sangue e dovetti fermarmi per lasciarlo riposare.

  • Aspetta qui, dissi. Cercherò dell’acqua.

Egli mi guardò con tristezza, come già sapesse che lo avrei abbandonato. E lo sapevo anch’io, ancor prima di pronunciare quelle parole.

Poi, mentre ancora soffrivo per quel mio ignoto compagno abbandonato, fui sulla prua di una barca. Avevo i piedi nudi ed avvertivo il calore del legno su cui poggiavano. La barca si alzava e si abbassava sulla cresta delle onde, ma io ero molto abile e non cadevo. Davanti a me c’erano delle rocce altissime. Una ripida costa verso la quale eravamo diretti. Perché non ero solo. Avvertivo la presenza dei miei compagni, pronti a balzare a terra. Erano come me, seminudi, ne ero certo, anche senza vederli. Io sapevo che loro sarebbero sbarcati ed io no. Sarei stato al sicuro sulla barca.

Cercavo di farmi forza, ma non riuscivo a vincere la paura. Avevo nausea e non sapevo più di cosa. Forse avrei gridato, se la visione non fosse scomparsa. Avevo una grande vergogna di me stesso. Volevo scusarmi, chiedere perdono, ma non sapevo a chi chiederlo perché, quando stavo per farlo, mi accorgevo di rivolgermi soltanto a me stesso. Ero il giudice e il colpevole nello stesso tempo.

Poi, tutto l’affanno che mi aveva pervaso si tramutò in una sensazione dolcissima. Ero in un grande giardino, vestito di bianco e, accanto a me, camminava qualcuno che mi parlava. Aldilà del cancello che era di legno e portava una scritta, che non riuscii a decifrare, c’era un orto nel quale era ammassata un enorme folla. Vecchi, ragazzi, donne e uomini con delle lunghe vesti che toccavano il suolo. Gli uomini avevano quasi tutti la barba ed erano gravi nel portamento.

Qualcuno parlava e tutti ascoltavano in silenzio, con gli occhi fissi verso l’uomo. Sapevo che era un uomo e che diceva cose eterne. Io non lo vedevo ma ero con Lui e mi accingevo a salutare per sempre la persona che mi era accanto.

Dovevo andare, nulla poteva più trattenermi. Sapevo che non avrei mai più portato la elegante tunica che indossavo, sapevo che mai più avrei rivisto la mia casa e i miei cari, ma dovevo andare. Ero felice e sereno come colui che, al termine di un lungo cammino, è finalmente giunto alla meta.

Quasi piangevo di commozione e il vecchio che mi aveva fatto da guida, mi fissava con dolcezza. Ma non bastava quello che avevo veduto sino ad allora. Passò qualche secondo, durante il quale percorsi chissà quali grandi distanze. Ero immerso in una luce azzurra che mai avevo visto sino ad allora.

L’aria era liscia, tersa ed io non sfioravo il suolo avanzando, era come se volassi. Sotto di me c’erano fiori mai visti e l’acqua dei ruscelli non era chiara né sembrava che avesse corpo e il suo colore era quello dell’ambra.

In alto, il cielo era popolato da milioni di stelle mai viste ed il sole che illuminava tutto era azzurro. Io mi libravo felice e parlavo con i fiori, con la terra, con tutto quanto mi circondava ed ottenevo risposta. Sapevo dove ero e mi sentivo pervaso da una serenità indicibile. Lì sarei voluto restare e mi sforzavo di non lasciarmi trascinar via da un rumore.

Un rumore ritmico che mi infastidiva.

Era un “ciuf-ciuf” che mi obbligava a pensare ad altro, strappandomi da quella meravigliosa visione. “Ciuf - ciuf”! Pieno d’ira, mi volsi verso il fastidioso rumore e vidi il vecchio che mi aveva fatto da guida. Era vestito da ferroviere, con il berretto in testa e mi sorrideva gentilmente. Un treno era fermo sul binario, ed io ero sdraiato sull’argine della ferrovia tra l’erba medica. Mi alzai lentamente stordito e incredulo.

Il vecchio sorrise ancora e chiese:

  • Nulla di grave, è vero? L’ho vista mentre cadeva, per fortuna!
  • Nulla di grave, stavo per andar via.

Quando lui disse:

  • Coraggio.

E mi fissò con gli occhi che parevan avere mille anni, tanto erano saggi, acuti e calmi di qualcosa che non poteva essere, se non la visione di cose vietate ai comuni mortali.

“Ciuf - ciuf” fece ancora il treno, e i grilli sembravano impazziti di gioia.

Dovunque, vicinissimi e appena percettibili si udivano cantare.

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Questo è un racconto scritto da mio zio e pubblicato nei primi anni ‘50, che miracolosamente sono riuscito a ritrovare tra vecchie carte di famiglia ed è l’unica cosa che mi è rimasta tra quelle scritte da lui.

Questa credo che sia una delle sue prime cose, quando ancora cercava la sua strada, che un giornale dell’epoca gli pubblicò, in quanto lui, al contrario di me era un professionista e scrivere è stato il suo lavoro per tutta la vita.

L’argomento è piuttosto scontato quasi retorico se si considera che quasi tutti, prima o poi, hanno parlato del fatto che prima di morire si rivede tutta la propria vita in un attimo, ma c’è da considerare l’epoca in cui è stato scritto e forse allora non era così diffusa questa diceria e soprattutto a mio avviso la valutazione più importante riguarda il contenuto e la forma.

In più non tratta di visioni in punto di morte ma di un racconto onirico frutto solo dell’immagginazione.

Probabilmente sono influenzato dall’affetto, ma a me sembra scritto proprio bene se si considera che, essendo destinato ad un quotidiano, avrà dovuto sintetizzare una parte di quello che voleva dire per problemi di spazio, come ben sa chi ha avuto esperienze con le Redazioni.

Lo pubblico con grande piacere, sperando che lo leggano in molti per un omaggio ad un uomo di notevoli qualità, che ho molto amato, pur essendo consapevole che lui era soprattutto uno scrittore di cinema, uno sceneggiatore e che questa non è sicuramente la cosa più bella che ha scritto.

Ho avuto, negli anni, il privilegio di leggere molte cose sue, che purtroppo non ho più perché sono rimaste all’ultima delle molte donne che ha avuto accanto e secondo me, erano veramente notevoli e questo racconto non fa capire quanto fosse bravo.

Malgrado questo, sarei molto orgoglioso se fossi stato capace di scriverlo io.

Ciao caro Bebo, riposa in pace, perché da questo sonno non ti potrai svegliare.

mercoledì 7 settembre 2011

UN PO’ DI PACE, PER FAVORE

Un caro amico mi scrive:

E' stata una buona estate. Il primo periodo in cui ho provato sensazioni non solo di disperazione camuffata da adrenalina. Come se fossi approdato in un luogo dove il dolore della vita diventa uno stato di conoscenza. Un luogo che ti permette di vederti e di vedere il mondo con gli occhi di una vera sapienza che il tempo della tua vita ti concede a piccole dosi. Come se a un certo punto tutto ti apparisse non una gioia o un dolore ma una corollario di condizioni diverse cui l'anima nostra è costretta a sottoporsi per arrivare a capire. Alcuni la chiamano saggezza, altri, più cinicamente, senilità ma io, che del tempo ho un concetto molto, molto poco esatto, la definisco 'percorsoconapprodo'.

Un approdo in cui c'è il mio passato, i miei amori che sono scomparsi alla vista degli occhi, gli amori che invece vedo e che vedrò fino a quando ci sarò. Tutti insieme verso la stessa strada, anche con coloro che ho biasimato o che mi hanno biasimato, che non ho capito o che non mi hanno capito, che non ho condiviso o che non mi hanno condiviso, che ho giudicato o che mi hanno giudicato. Insieme, protesi per raggiungere quella pace dinamica, perfino allegra, dove la musica è il primo linguaggio e l'armonia l'unica legge che tutti regola guarendoci dal dolore della nostra condizione.

E io:

UN PO’ DI PACE, PER FAVORE

Con molto piacere rispondo alle tue considerazioni dell’altro giorno, perché mi rassicurano sullo stato di salute delle tue emozioni, perché m’incoraggiano su una convinzione che ho da sempre che, con il tempo, si è andata rafforzando e perché mi hanno fatto tornare la voglia di scrivere che per un po’ mi era passata e di questo non posso che ringraziarti.

Sono convinto da sempre che quest’omino, piccolo, piccolo, tanto vituperato, di solito giustamente, tanto indifeso, tanto insignificante di fronte all’universo, abbia spesso dentro di se una forza che gli permette, oltre alle innumerevoli opere dell’ingegno di cui ha fornito prova, da sempre, di superare disgrazie, guai o malattie, anche se gravissime e definitive, inimmaginabili per la maggior parte degli osservatori che, essendo anch’essi uomini, tendono di frequente, stranamente, a non riconoscere le proprie potenzialità.

Alcuni riescono a sublimare i problemi con la musica, con nuovi amori e rilucenti amicizie, con le soddisfazioni sul lavoro, tenendosi occupati il più possibile, altri lavorando all’interno di se stessi, che, secondo me, sarebbe la parte più difficile, se non fosse che ognuno è fatto a suo modo.

Poi c’è chi ha la fortuna di avere accanto un grande amore e malgrado tutte le chiacchiere, in due si lotta meglio, si finisce per costituire un corpo unico più resistente anche alle peggiori intemperie.

La serenità, però non si può condividere, è dentro di noi, tutto sta a saperla tirare fuori e su questo credo che nessuno ci possa aiutare, ammesso che sia un traguardo possibile da raggiungere in assoluto.

E’ un grande lavoro verso il quale, a volte inconsapevolmente, tendiamo un po’ tutti, non riuscendo quasi mai a raggiungerla se non per brevi periodi, ma quello che conta, a mio modesto avviso, è la ricerca, senza la quale, niente vale più la pena, almeno credo.

Ho scritto abbastanza di recente che mi piacerebbe diventare “tenero” e nello stesso tempo divertente, non credo che ci riuscirò mai, ma, per me quella è la serenità, il mio bersaglio, il completamento di una ricerca.

Sarei felice anche di raggiungere la consapevolezza di James Stewart in Harvey, quando dice e te lo fa credere: “Mia madre mi diceva che nella vita bisogna essere o molto intelligenti o molto amabili, io avrei preferito l’intelligenza, ma sono diventato amabile”.

Si tratta evidentemente di mie illusioni, ma ti confesso, che mi piace molto sognare quello che potrebbe essere e non sarà, anche se, chi l’ha detto che per forza sia impossibile?

Per cambiare discorso la mia estate con tutta la buona volontà, non posso dire che sia stata come la tua, per usare un eufemismo, poteva andare meglio, ma magari anche peggio.

In fondo sono ancora qui a parlare con te, non sono in grado di fare tutto quello che vorrei, ma ti assicuro che faccio quasi tutto quello che posso.

Ti sembrerà strano che chi per tutta la vita ha cercato le complicazioni, di misurarsi con le difficoltà e quando non era possibile, trovava il modo per inventarsi problemi da risolvere, adesso cerchi la pace e la serenità.

Anche a me.

Questa è la vita, tanto per aggiungere una banalità.

Come sarà domani?.....Forse bellissimo, chissà?

Non fa male pensarlo.

giovedì 18 agosto 2011

L’ONORE NELLA LOTTA





L’ONORE NELLA LOTTA

Mi sento “niente bene”…….

Avrò preso qualche strana malattia estiva o più realisticamente si tratta del cancro che molti pensavano, ma non io, che si fosse opportunamente fatto da parte, indignato dalla cattiva accoglienza che gli avevamo riservato.

Invece non solo è riemerso da una specie di letargo, se così può essere chiamato, ma, visti i risultati delle prime analisi, pare abbia l’intenzione di tornare sui valori dell’inizio, prima della chirurgia e prima dell’apocalisse.

Sembra come se fosse in gara con se stesso per stabilire un predominio su di me e chiarire che qualsiasi cosa verrà fatta contro di lui non sarà sufficiente a togliergli il potere che ormai ha acquisito e che non intende mollare per nessuna ragione.

Certo che ha veramente un brutto carattere, quasi come il mio….

Ragionando razionalmente e basandomi sui dati di fatto, purtroppo potrebbe avere ragione, considerando che ormai non credo più alle cose dette dai medici, compresi gli specialisti.

Seguo per ora le cure che mi prescrivono, solo perché sono convinto che senza, la situazione potrebbe precipitare, non perché penso che siano in grado di guarirmi.

Per la verità non l’ho mai pensato, sin dall’inizio.

Ormai devo ragionare solo sulla base del tempo, di quanto me ne rimane, prima di tutto in una condizione fisica accettabile e poi in assoluto.

Certo questo, cambia un po’ l’approccio alla vita, al quotidiano, anche il rapporto con gli altri non può essere più lo stesso.

Faccio una grande fatica a mantenere “relazioni cordiali” anche con me stesso, ma su questo non credo che l’avrà vinta fosse anche durissima, questa è una battaglia che non intendo perdere.

Lui è solo un intruso, magari mi ucciderà, ma io sono certo che resterò sempre me stesso in qualsiasi circostanza.

Non penso di cedere in nessun senso, se mi vuole dovrà lottare e vedrò di rendergli la vita il più difficile possibile.

Il deperimento fisico improvviso e inesorabilmente progressivo che mi ha colpito negli ultimi quasi quattro anni, contrasta molto con quello che era il mio modo di intendere la vita sino a quel momento e con il mio carattere e visto che non siamo solo mente e che il corpo riveste pur sempre una parte importante del nostro essere, la malattia mi crea e mi ha creato seri problemi e non solo lei.

Molti dolori, debolezze, disturbi vari, provengono quasi certamente anche dalle medicine che prendo, che, con sicurezza, mi hanno privato di tutta la forza fisica che avevo, lasciandomi in compenso una serie di dolori che non mi lasciano mai ma che devo dire non mi permettono di annoiarmi essendo compresi di variazioni sul tema.

La mattina quando mi alzo (ma anche la notte) ormai con mia moglie battezziamo il dolore nuovo che caratterizzerà la giornata in aggiunta ai soliti, quasi un gioco un po’ macabro, di cui naturalmente farei volentieri a meno, come dello scambio tra forza fisica e dolori.

Ripensando a come mi sentivo prima, certo la mia vita non è più quella. Pensavo, molto incoscientemente, di essere indistruttibile e che avrei potuto affrontare qualsiasi cosa anche di natura fisica.

Dovere, giorno, dopo giorno, rinunciare a qualche cosa, camminare, sollevare pesi, alcuni piegamenti ( non sono più in grado di allacciarmi le scarpe o a farmi la doccia come prima) è sicuramente spiacevole ma, dentro di me, la rinuncia non è definitiva e non voglio che lo sia.

Lo dicono tutti e non lo scopro io, si tratta di una malattia maledetta, inesorabile, spietata, ma malgrado tutto, mi rimane il vantaggio che, dopo tutto quello che ho sentito dai medici e che ho letto su internet, ormai credo di conoscerla molto bene, mentre lei non conosce affatto me.

Non le sarà così facile vedermi cedere, magari morire, ma mai soccombere.

Tumore, cancro, una brutta malattia, comunque la si voglia chiamare o non chiamare, infatti, normalmente la gente preferisce non nominarla, e, pur comprendendo il perché, non lo condivido, in quanto non è la sola che sia mortale o così grave e perché solo lei non si nomina?

Personalmente preferisco affrontare sempre la realtà così come si presenta, per brutta che sia, chiamandola con il proprio nome.

Nominandola sento di avere qualcosa di concreto da combattere, di preciso e circoscritto anche se si tratta di un qualcosa di infido che può mutare e perciò cambiarti le carte in tavola quando tu eri ormai preparato ad affrontare una cosa te ne potresti trovare di fronte un’altra, come mi è anche già successo.

Ma anche tra le persone ne conosco di simili che in qualche modo ho dovuto sopportare e combattere, non sempre vincendo, ma uscendone comunque sempre con dignità e perciò non mi sorprendo più di niente.

Confido che anche questa volta in qualche modo ci riuscirò, pur sapendo che in assoluto questa è una guerra che non potrò vincere ma che posso combattere bene e forse potrebbe anche bastarmi.

Se c’è una cosa della quale vado piuttosto orgoglioso è il poter affermare che in tutta la mia vita quando mi sono trovato di fronte a un problema serio o una persona, li ho sempre affrontati, sia pure con alterne fortune, ma senza mai tirarmi indietro e spero che questa che sarà, quasi certamente, la mia ultima guerra, riuscirò a sostenerla sino in fondo.

Non è vero che si devono combattere solo le battaglie che si possono vincere, secondo me vanno combattute quelle che lo meritano, qualunque sia il probabile risultato finale.

So che mi aspetta un periodo molto duro nel quale anche le mie più profonde convinzioni potrebbero essere messe a dura prova e che in qualsiasi momento potrei cambiare idea e pensare quanto in fondo potrebbe essere inutile qualsiasi resistenza, ma confido di essere capace di superare questi momenti, che ci saranno sicuramente.

Cedere non sarebbe giusto, per me, per chi mi ama, e perché soccombere a questa stronza, maledetta e vigliacca malattia, che oltretutto è anche squallida, una degenerazione della materia, sarebbe come farsi inglobare in un Blob, senza forma e senza testa e arrivati alla fine, il più lontano possibile, se c’è una cosa alla quale non si dovrebbe mai rinunciare, è il mantenimento della dignità sempre e comunque.

Finire sì, ma con classe.